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Tumore maligno del colon e del retto

Per una diagnosi precoce o un percorso terapeutico contro il tumore maligno del colon-retto, prenota subito una visita specialistica nel nostro centro a Pistoia per ricevere un consulto oncologico e chirurgico tempestivo.

    Il tumore del colon-retto è una delle neoplasie più comuni sia nell’uomo (dopo il tumore della prostata) che nella donna (dopo il tumore del seno). Colpisce l’intestino crasso ( grosso intestino) , formato da cieco, colon e retto.

    Il tumore maligno deriva spesso dalla trasformazione di polipi benigni.
    I fattori di rischio includono una dieta ricca di grassi animali, fumo, obesità e familiarità. La prevenzione si basa su uno stile di vita sano e sullo screening, in particolare la ricerca del sangue occulto nelle feci e talvolta la colonscopia.

    Nella fase iniziale i sintomi sono, nella maggior parte dei casi, assenti. Di norma il tumore presenta una sintomatologia modesta fino a che non ha raggiunto dimensioni cospicue che spesso, purtroppo, si accompagnano ad uno stadio avanzato ed una prognosi peggiore. I disturbi più frequenti sono rappresentati da: Alterazioni dell’alvo e dell’evacuazione, sanguinamento e Fastidio/Dolore addominale.

    La diagnosi viene ottenuta, nella maggior parte dei casi, con una colonscopia, durante la quale può essere prelevato anche un frammento della neoplasia per ulteriori analisi. Successivamente alla diagnosi sono necessari di norma alcuni esami strumentali come TC e Risonanza Magnetica.

    Il trattamento principale è quello chirurgico, eseguito nella maggior parte dei casi con tecnica mini-invasiva, associato a chemioterapia e/o radioterapia nei casi avanzati. In rari casi può essere necessario il confezionamento di una stomia ovvero un’apertura nell’addome alla quale viene collegato l’intestino per evacuare le feci senza passare dall’ano. La stomia è nella maggior parte dei casi temporanea e può essere rimossa dopo pochi mesi. Il percorso di cura del tumore del colon è multidisciplinare e segue protocolli strutturati per migliorare i risultati e ridurre le complicanze.

    1. Il paziente giunge all’ambulatorio specialistico indirizzato sovente dal proprio MMG o dal collega Gastroenterologo dopo l’esecuzione di un esame endoscopico ed il riscontro di una massa.
    2. Il chirurgo provvede a valutare il paziente e richiedere in tempi brevi ulteriori esami volti a “stadiare” la malattia, a capire cioè se il tumore è fuoriuscito dall’intestino o se è presente anche in altre zone.
    3. Il caso clinico viene presentato al G.O.M. (Gruppo Oncologico Multidisciplinare), che comprende specialisti di diversa natura e ha il compito di definire il percorso di cura più idoneo per il paziente.
    4. Il paziente viene formalmente inserito, se necessario, in lista di attesa per l’intervento
    5. Viene contattato da personale dedicato per eseguire esami ematici, EGC ed valutazione anestesiologica
    6. Si ricovera in ospedale di norma la mattina stessa dell’intervento .
    7. La dimissione avviene entro 5-7 giorni.

    Da alcuni anni i pazienti sottoposti a questo tipo di trattamento chirurgico seguono un percorso indicato con l’acronimo di ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), si tratta di un insieme di indicazioni e procedure medico-infermieristiche volte a migliorare lo stato di forma del paziente, in modo da agevolare una più rapida ripresa dall’intervento chirurgico.

    Il paziente viene rivalutato ambulatorialmente ed informato sui risultati delle indagine eseguite e sull’eventuale indicazione a proseguire il percorso di cure.

    A distanza di 5-10 giorni dall’intervento si esegue un controllo postoperatorio con la rimozione dei punti di sutura

    Una volta terminata l’analisi sui tessuti prelevati durante l’intervento il GOM si riunisce nuovamente per stabilire se sono necessarie ulteriori cure mediche.

    Il Dottore vi accoglie con la massima disponibilità a Pistoia e Firenze, un punto d’incontro ideale da Lucca, Prato, Montecatini ed Empoli.

    Il tumore maligno del colon è una patologia che colpisce il tratto terminale dell’intestino, chiamato intestino crasso o grosso intestino, per sottolineare il fatto che possiede un calibro ben maggiore rispetto al lungo tratto dell’apparato digerente che lo precede, caratterizzato invece da un lume di calibro inferiore e pertanto detto anche piccolo intestino.

    Rappresenta circa il 10% di tutti i tumori, ed è la seconda causa di neoplasia maligna sia nella donna (la prima è rappresentata dal tumore del seno), sia nell’uomo (dove il tumore più frequente è quello della prostata).

    Il grosso intestino viene abitualmente suddiviso da un punto di vista anatomico e funzionale in 5 tratti:

    • Colon destro o ascendente: Situato sulla destra dell’addome, decorre dal basso verso l’alto ed in corrispondenza del fegato fa una curva ad angolo retto verso sinistra (flessura epatica) e si continua nel colon trasverso. E’ la porzione dell’intestino crasso che presenta il calibro maggiore. Inizia con una piccola porzione dilatata e senza sfondo che prende pertanto il nome di cieco, al culmine del quale è presente una piccola estroflessione, ricca di tessuto linfatico, chiamata appendice. Il colon destro ha il compito di ricevere le feci, ancora molto liquide, provenienti dal piccolo intestino e provvede al riassorbimento di una buona parte dei liquidi in esso contenute.
    • Colon trasverso: fa seguito al colon destro. Decorre in senso più o meno orizzontale, da destra verso sinistra, giunto in prossimità della milza, cambia bruscamente direzione descrivendo un angolo piuttosto acuto (flessura splenica) dopo il quale inizia il colon discendente. In questo tratto intestinale, il lume tende a ridursi di dimensioni, continua il processo di riassorbimento dei liquidi e le feci vengono compattate e iniziano a venir preparate per l’espulsione.
    • Colon sinistro o discendente: rappresenta una delle ultime porzioni del colon, inizia dalla flessura splenica, localizzata a ridosso della milza e si porta in basso. Il lume si restringe, le feci si compattano e si disidratano ulteriormente.
    • Sigma: il sigma fa seguito al colon discendente, è così chiamato perché durante il suo decorso descrive una curva sigmoidale. Rappresenta da un punto di vista medico una delle parti più importanti dell’intestino in quanto più frequentemente sede di patologia sia benigna (es. diverticoli) che maligna (tumori).
    • Retto: rappresenta la porzione terminale del grosso intestino, quella in cui si accumulano le feci prima dell’espulsione e viene ulteriormente divisa in 3 porzioni (retto superiore, medio ed inferiore). Al retto fa seguito il canale anale, l’ultima piccola porzione dell’apparato digerente, al termine della quale è situato l’orificio anale.

    Nella maggior parte dei casi il tumore maligno del colon origina da piccole lesioni benigne, gli adenomi colici, comunemente indicate con il termine di polipi. Questo tipo di formazioni è di più comune riscontro a livello del colon sinistro, sigma e retto che rappresentano, pertanto, anche le sedi in cui più frequentemente si sviluppano i tumori maligni.

    Con il passare del tempo (possono essere necessari alcuni anni) il polipo aumenta di dimensioni e può accadere che, durante il suo processo di crescita, alcune delle nuove cellule che si sviluppano, presentino anomalie nel corredo genetico che fanno assumere loro un comportamento “aggressivo”, nei confronti dei tessuti circostanti e sono pertanto dette maligne. Questo crea la base per la crescita del tumore maligno.

    Nella maggior parte dei casi il tumore del colon si presenta in forma sporadica, in assenza cioè di una predisposizione genetica o di una familiarità per fattori di rischio.
    In alcuni pazienti sono presenti delle patologie ereditarie che rappresentano importanti fattori di rischio per il successivo sviluppo del tumore, tra queste vanno ricordate la FAP (poliposi adenomatosa familiare) e la sindrome di Peutz-Jeghers; si tratta in entrambe i casi di patologie autosomiche dominanti caratterizzate dallo sviluppo di numerosissimi polipi a livello del tratto gastroenterico.


    È inoltre comune il riscontro di familiarità per il tumore del colon: pazienti con parenti di primo grado che hanno manifestato questa malattia hanno maggiori probabilità, rispetto ad altri, di svilupparla anch’essi.

    Oltre a fattori di rischio endogeni, legati alle caratteristiche dell’individuo e come tali non modificabili, è molto importante sottolineare che nella patogenesi del cancro del colon giocano un ruolo determinante anche fattori di rischio ambientali e acquisiti che sono legati alle abitudini di vita ed all’ ambiente in cui si vive e che, pertanto, POSSONO ESSERE MODIFICATE.

    I fattori di rischio universalmente riconosciuti per lo sviluppo di tumore del colon sono rappresentati da:

    – Abuso di alcoolici e fumo di sigaretta
    – Eccessivo consumo di carni rosse e grassi animali, in special modo cotti ad elevate temperature
    – Dieta povera di fibre
    – Obesità
    – Vita sedentaria

    La prevenzione rappresenta un aspetto di primaria importanza nell’ambito della patologia maligna del colon-retto; questo per 2 motivi essenziali: l’elevata incidenza della malattia, sia nella popolazione maschile che in quella femminile e la possibilità di individuare la malattia, attraverso protocolli di screening, in stadi anche molto precoci, in cui non ha ancora assunto le caratteristiche di malignità.
    La prevenzione si basa in primis su comportamenti volti a ridurre tutti quei fattori acquisiti ed ambientali che aumentano il rischio di sviluppare il tumore; è pertanto opportuno cercare di condurre una vita sana, seguendo una dieta mediterranea, povera di proteine animali (prediligendo tra queste carni bianche e pesce), abolendo il fumo e dedicandosi con regolarità ad attività fisica.
    Il secondo caposaldo della prevenzione è lo screening, l’esecuzione cioè su una popolazione asintomatica di analisi che permettono di individuare il tumore del colon quando non ha dato ancora segno di sé. I principali esami di screening effettuabili comprendono la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF) e la pancolonscopia.

    • La ricerca del SOF si esegue in modo non invasivo attraverso la raccolta di un campione di feci in 3 momenti distinti. I 3 campioni vengono analizzati in laboratorio alla ricerca di sangue occulto cioè non visibile ad occhio nudo. In condizioni normali nel lume intestinale non è presente sangue ed il suo riscontro impone, pertanto, un approfondimento diagnostico alla ricerca della causa del sanguinamento; ci sono diverse patologie che possono determinare la presenza di sangue occulto nelle feci (molte di esse per fortuna non gravi) e tra queste anche il tumore del colon. Il ministero della salute prevede l’esecuzione della ricerca del SOF dai 50 ai 70 anni con cadenza biennale. In caso di positività il paziente viene invitato ad eseguire una colonscopia.
    • La pancolonscopia, che viene descritta più avanti nel paragrafo della diagnosi, è indicata nei pazienti in cui l’esito della ricerca del SOF è positivo. Questo è l’esame attualmente più sensibile e più specifico per la diagnosi.

    Nelle fasi iniziali, quelle che comprendono lo sviluppo del polipo e la sua trasformazione in tumore maligno, i sintomi sono assenti nella maggior parte dei casi. Di norma il tumore colico presenta una sintomatologia modesta fino a che non ha raggiunto dimensioni cospicue che spesso, purtroppo, si accompagnano ad uno stadio avanzato della malattia neoplastica ed una prognosi peggiore.
    I sintomi quando presenti dipendono dall’evoluzione della massa tumorale e dalla porzione di intestino colpita. Di solito I tumori che interessano il colon sinistro, il sigma ed il retto danno più precocemente segno di sé ed i disturbi più frequenti sono rappresentati da:

    • Alterazioni dell’alvo e dell’evacuazione: stitichezza, difficoltà ad espellere le feci, senso di incompleta evacuazione.
    • Sanguinamento: presenza di sangue misto alle feci di color rosso vivo o più scuro, a seconda della sede del tumore.
    • Fastidio/Dolore addominale

    I tumori che si sviluppano nel colon destro molto difficilmente danno segno di sé fino a che non raggiungono dimensioni importanti

    La presenza di una neoplasia del colon e del retto può essere supposta sulla base della sintomatologia riferita dal paziente e dell’ anamnesi personale (es. pregressa asportazione di polipi intestinali) e familiare (es. presenza di parenti di primo grado affetti da tumore del colon). L’esame obiettivo dell’addome difficilmente permette di acquisire elementi utili alla diagnosi, fatto salvo per i casi di neoplasia in stadio avanzato o che interessa le regioni dell’ano e del tratto terminale del retto. In quest’ultimo caso può essere facilmente identificata dal medico attraverso l’esplorazione rettale.
    Una diagnosi definitiva e completa necessita di indagini strumentali ed istologiche:

    permettono di identificare con precisione sede, dimensioni, estensione e rapporti con gli altri organi:
    – Ecografia: non è uno strumento molto utile per lo studio del colon a causa della quantità di aria in esso contenuto che fa da barriera agli ultrasuoni. In alcuni casi permette di fare diagnosi incidentale di voluminose neoplasie ed è utilizzata anche per approfondire lo studio del fegato in lesioni del colon in stadio avanzato.
    – TC addome: eseguita con somministrazione endovenosa di mezzo di contrasto (MDC), dà informazioni su sede e dimensioni del tumore, invasione di strutture linfatiche o di organi distanti. Spesso viene associata ad un esame per lo studio anche del torace.
    – RMN: la risonanza magnetica viene utilizzata di norma per lo studio di neoplasie del retto, per ottenere informazioni sulla sua estensione e stabilire il tipo di trattamento più adeguato.

    – Colonscopia: Consiste nell’introduzione attraverso l’orificio anale di uno strumento flessibile, endoscopio, che permette di esplorare tutto il lume del grosso intestino, verificare la presenza di un polipo o di un franco tumore e, al tempo stesso, permette di asportarlo (se le dimensioni lo consentano) o prelevarne un frammento su cui eseguire un’indagine istologica.

    è una via di mezzo tra un esame TC ed un esame endoscopico. L’esplorazione del lume intestinale viene infatti eseguita senza i trodurre uno strumento nell’intestino ma sottoponendo il paziente ad esame TC che permette, attraverso particolari tecniche, di ricostruire un’immagine virtuale dell’interno del colon.

    È un esame molto utile quando non è possibile raggiungere con l’endoscopio alcuni tratti dell’intestino ed è dotato di una buona precisione ed accuratezza. Non è in grado di sostituire l’esame endoscopico in quanto non permette di asportare in parte o totalmente le lesioni sospette

    Vengono eseguite su campioni di tessuto prelevati durante l’esame endoscopico e danno informazioni sulla natura della lesione (benigna o maligna) e sulla sua aggressività.

    Purtroppo, quando si parla di patologia maligna dobbiamo, nella maggior parte dei casi, aspettarci che la malattia, se non debitamente curata, diventi sempre più aggressiva nei confronti dell’organismo ospite. Non fa eccezione il tumore maligno del colon. All’insorgere della neoplasia i sintomi sono, come detto, modesti o assenti; tuttavia, l’avanzare della malattia e soprattutto l’aumento delle sue dimensioni possono determinare la comparsa di complicanze che richiedono un intervento in tempi molto rapidi.

    Le complicanze più frequenti sono rappresentate da:
    • Occlusione intestinale: Molto più frequente nel tratto sinistro del grosso intestino, rara a destra. La massa tumorale diventa talmente grande da occupare tutto il lume dell’intestino impedendo il passaggio delle feci in un primo momento e successivamente anche dell’aria. È una situazione di urgenza in quanto, se non si interviene rapidamente per rimuovere l’ostruzione, il tratto di intestino a monte di essa si distende fino a rompersi portando ad una peritonite che mette il paziente in grave pericolo di vita.
    • Sanguinamento: il termine corretto è enterorragia. Si manifesta con l’evacuazione di sangue che può essere o meno misto alle feci e di colore da rosso accesso al nero a secondo della porzione intestinale dalla quale origina. Il fenomeno del sanguinamento è determinato dalla rottura di uno dei vasi sanguigni che si sono formati all’interno del tessuto tumorale, molto più fragili di quelli normalmente presenti negli altri tessuti.
    • Ascessualizzazione: è anch’essa una condizione solitamente legata a stadi avanzati della malattia in cui il tumore può perforare delle pareti del colon e determinare la fuoriuscita di batteri dal lume intestinale con la conseguente formazione di un ascesso
    • Invasione di organi vicini: Una delle proprietà che caratterizza i tumori maligni è quella di non rimanere confinati all’interno degli organi in cui si sono sviluppati. Il tessuto tumorale, man mano che si sviluppa, si può far strada attraverso le pareti del colon, fuoriuscire da esso ed aggredire gli organi circostanti come vescica, duodeno, intestino tenue o pancreas (a seconda della porzione di colon dalla quale origina), portando, in alcuni casi, a urgenze chirurgiche.
    • Metastatizzazione: è un’altra proprietà dei tumori maligni, quella cioè di poter aggredire, oltre agli organi adiacenti anche organi che si trovano distanti dalla sede del tumore. Questo avviene grazie a cellule tumorali che si staccano dalla massa neoplastica e, attraverso vasi sanguigni o vasi linfatici, migrano in altri organi. Una volta raggiunta la nuova sede si moltiplicano e formano aggregati di cellule maligne detti metastasi. Parlando di tumore del colon gli organi più frequentemente sede di metastasi sono il fegato e in maniera minore i polmoni. A differenza delle altre complicanze descritte le metastasi non rappresentano, di norma un’urgenza chirurgica; la loro comparsa depone però indubbiamente per una maggiore aggressività della malattia ed una prognosi peggiore.

    Ad oggi la terapia radicale del tumore maligno del colon prevede la completa distruzione di tutte le cellule maligne. Gli strumenti terapeutici utilizzati per raggiungere questo obiettivo sono principalmente 3: chirurgia/endoscopia, chemioterapia e radioterapia.

    Chemioterapia

    Consiste nella somministrazione di farmaci che hanno un’azione tossica nei confronti delle cellule tumorali. Di norma non è un trattamento sufficiente da solo a curare la malattia. Viene pertanto utilizzato in associazione al trattamento chirurgico per aumentare le possibilità di guarigione. Può essere effettuata sia prima che dopo l’intervento chirurgico a seconda dei casi. Quando l’intervento non è eseguibile può essere utilizzata per cercare di rallentare la progressione della malattia.

    Radioterapia

    Consiste nel “bombardamento” con particolari tipi di radiazioni delle regioni del corpo in cui ci si aspetta che si trovino le cellule tumorali. Viene comunemente associata alla chemioterapia nel trattamento preoperatorio di alcuni tumori del retto. Nei tumori intestinali la Radioterapia non è in grado, senza associazione con la chirurgia, di portare a guarigione, fanno eccezione alcuni tumori del canale anale (tumori squamocellulari) che possono essere trattati in modo radicale con la sola associazione di radioterapia e chemioterapia.

    Trattamento chirurgico

    Rappresenta attualmente il trattamento più efficace, da solo o in associazione con altre terapie, per la cura della neoplasia colica. Nelle fasi più precoci della malattia, nelle quali si assiste alla trasformazione del polipo benigno in polipo maligno, può essere sufficiente asportare il polipo mediante una procedura endoscopica.

    Quando la malattia raggiunge però uno stadio più avanzato l’asportazione endoscopica non è più sufficiente. È pertanto necessario eseguire un intervento chirurgico allo scopo di asportare il tratto di intestino sede della malattia e cucire tra loro le estremità dei due segmenti residui. La lunghezza e la sede dell’intestino da asportare dipendono pertanto dalla sede e dal numero dei tumori presenti. Poiché, come detto, alcune cellule tumorali, al momento dell’intervento, potrebbero essere già migrate a distanza dal tumore, attraverso i vasi linfatici, è necessario asportare, oltre al segmento di colon, anche tutti i linfonodi in cui potrebbero essersi localizzate tali cellule (linfadenectomia), per prevenire lo sviluppo di metastasi.
    L’intervento chirurgico può essere condotto sia con tecnica laparotomica che miniinvasiva:

    è quella oggigiorno più utilizzata. L’intervento viene eseguito sfruttando appositi strumenti introdotti in addome attraverso piccolissime incisioni. In questo modo si procede ad asportare il tratto di intestino interessato dalla malattia con i linfonodi circostanti, potenziali sede di cellule tumorali e a connettere nuovamente i tratti di intestino residui.

    Una volta controllata la buona riuscita di queste manovre si procede ad estrarre dall’addome l’intestino asportato attraverso una piccola incisione eseguita in regione sovrapubica e pertanto pressochè invisibile anche in costume da bagno.

    • Le piccole incisioni chirurgiche ed il minor trauma subito dalla parete addominale esitano in un minor dolore postoperatorio, che rende l’intervento meglio tollerato e permette una più rapida ripresa delle normali attività quotidiane.
      Praticare piccole incisioni e non esporre ampiamente i tessuti all’ambiente esterno riduce il rischio di infezioni, soprattutto in pazienti obesi, diabetici o con abbassamento delle difese immunitarie.
    • In condizioni difficili, come in caso di neoplasie in stadio avanzato, a causa delle limitazioni fisiche imposte dagli strumenti utilizzati, si ha una maggior difficoltà ad esporre le strutture e dominare i sanguinamenti.

    Come tutti gli interventi chirurgici anche quello di resezione del colon presenta dei rischi; i principali sono rappresentati da sanguinamento, infezione e deiscenza anastomotica.
    • Sanguinamento: in piccola parte sempre presente durante e dopo l’intervento, è legato al trauma subito dai tessuti. In alcuni rari casi può essere copioso e manifestarsi nei giorni successivi all’intervento chirurgico. Spesso si arresta spontaneamente, in caso contrario può rendersi necessario il ricorso a manovre invasive come una colonscopia o un secondo intervento chirurgico.
    • Infezione: Si può sviluppare all’interno dell’addome dopo l’intervento. È un fenomeno raro, legato alla presenza di germi presenti nell’intestino. Nella maggior parte dei casi viene controllato con una terapia antibiotica. Raramente può richiedere un trattamento invasivo come l’inserimento di un drenaggio o una revisione chirurgica.
    • Deiscenza anastomotica: probabilmente una delle complicanze più temute, consiste nella formazione di un’apertura nell’intestino dovuta a un cedimento della cucitura eseguita tra 2 segmenti intestinali. Il trattamento della deiscenza anastomotica può essere conservativo o chirurgico; nel primo caso il paziente viene mantenuto digiuno e gli vengono somministrati antibiotici finché i 2 monconi intestinali non si saldano spontaneamente. Quando l’apertura nell’intestino è molto grande o le condizioni del paziente peggiorano per lo sviluppo di una infezione si rende necessario un trattamento chirurgico urgente. L’intervento prevede in questi casi il lavaggio della cavità addominale dal materiale fuoriuscito dall’intestino. Purtroppo, in tali situazioni non è possibile, di norma, eseguire una nuova cucitura dei monconi intestinali e si è costretti ad allestire una colostomia temporanea (vedi paragrafo successivo).

    La stomia consiste, come detto, nella creazione di un orificio artificiale, grazie al quale possono transitare all’esterno le feci, invece di essere espulse dall’addome attraverso l’apertura anale. L’allestimento di una enterostomia si rende necessario ogni qualvolta è presente un tratto di intestino in cui il transito delle feci non è possibile o rappresenta un rischio elevato per lo sviluppo di complicanze.
    Parlando di trattamento di neoplasia del colon il tipo di stomie a cui si può ricorrere sono 2:

    Colostomia: consiste nell’abboccare all’esterno un tratto di colon dopo averlo disconnesso dal segmento a valle di esso. Interessa nella maggior parte dei casi il colon sinistro. Vi si ricorre in modo temporaneo (stomia temporanea) quando non è possibile eseguire subito l’anastomosi (cucitura) con l’intestino residuo; questo accade, ad esempio, in presenza di infezione importante. Si ricorre invece ad una stomia definitiva (che non verrà quindi mai rimossa), quando il tumore interessa una porzione del retto troppo vicino all’ano (che pertanto deve essere asportato anch’esso) o quando l’età e le condizioni del paziente non lo consentono.

    Ileostomia: Consiste nell’allestire una stomia utilizzando al posto del colon un segmento di tenue, di solito situato a 15/20 cm dall’inizio del colon. È una procedura a cui spesso si ricorre quando si devono asportare tumori nella parte più bassa del retto, in questa situazione la cucitura effettuata dal chirurgo al termine dell’intervento tra il colon ed il retto rimanente è molto delicata ed a rischio di complicanze. Si preferisce pertanto evitare che le feci transitino attraverso di essa fintanto che il processo di cicatrizzazione non è completato. In questi casi si ricorre all’allestimento di una ileostomia piuttosto che ad una colostomia perché meno invasiva e più facile da rimuovere quando sarà il momento.

    1. Nella maggior parte dei casi la diagnosi di tumore del colon non è posta dallo specialista in Chirurgia. Il paziente giunge all’ambulatorio specialistico indirizzato sovente dal proprio MMG o dal collega Gastroenterologo dopo l’esecuzione di un esame endoscopico ed il riscontro di una massa tumorale.
    2. Durante la valutazione chirurgica ambulatoriale il medico prende atto degli esami eseguiti dal paziente, ne valuta le condizioni cliniche e richiede una serie di esami volti a “stadiare” la malattia ovvero a cercare di capire quanto il tumore è aggressivo, quanto si è fatto strada al di fuori dell’intestino, se ha coinvolto dei linfonodi e se ha dato adito allo sviluppo di metastasi a distanza.
    3. Uno specifico servizio si occupa di prenotare in tempi brevi tutti gli esami necessari, di comunicare al paziente le date di esecuzione degli stessi e di raccogliere l’esito delle indagini svolte
    4. Al termine di questo percorso di completamento diagnostico il Medico che ha in carico il paziente presenta il caso clinico nell’ambito della riunione del gruppo GOM. Il GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare) comprende tutti gli specialisti che prendono parte al processo di diagnosi, trattamento e follow-up del tumore del colon; è di norma composto da Chirurgo, Oncologo, Radiologo, Radioterapista, Gastroenterologo e Anatomopatologo. Il GOM che si riunisce una volta a settimana e stabilisce il percorso di cure più adatto per il paziente, sulla base delle analisi effettuate, dell’esame istologico eseguito sul frammento di tumore prelevato durante la colonscopia e in considerazione anche di tutte le caratteristiche del paziente (età, costituzione, patologie in atto).
    5. In caso di indicazione ad intervento chirurgico, il paziente esegue un nuovo colloquio con lo specialista. Viene inserito in lista di attesa per essere sottoposto all’intervento, gli viene consegnato un documento informativo che descrive la procedura chirurgica ed i rischi ad essa associati. Insieme a questo viene consegnato un documento (consenso informato) con il quale il paziente si dichiara disposto a sottoporsi all’intervento proposto. Il consenso deve essere firmato dopo aver preso visione del materiale informativo consegnato e dopo che il medico ha risposto in modo esaustivo ad eventuali chiarimenti richiesti.
    6. Dopo un breve periodo di attesa il paziente entra nella fase di preospedalizzazione che prevede l’esecuzione di esame ematici, EGC e valutazione anestesiologica, salvo necessità di approfondimenti ulteriori.

    Da alcuni anni i pazienti sottoposti a questo tipo di trattamento chirurgico seguono un percorso indicato con l’acronimo di ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), si tratta di un insieme di indicazioni e procedure medico-infermieristiche volte a migliorare lo stato di forma del paziente, in modo da agevolare una più rapida ripresa dall’intervento chirurgico. È dimostrato che la corretta adesione al protocollo riduce il rischio di complicanze e può permettere anche una riduzione di tempi di degenza.

    7. Il paziente viene avvisato della data dell’intervento con almeno 7 giorni di anticipo.
    8. L’intervento viene eseguito nel corso della mattina o nel primo pomeriggio. La degenza postoperatoria ha una durata variabile indicativamente tra 5 e 10 giorni in base al tipo di intervento ed alle caratteristiche del paziente.
    9. A distanza di tempo generalmente variabile tra 5 e 10 giorni il paziente accede nuovamente all’ambulatorio chirurgico, il medico valuta il decorso postoperatorio, se necessario rimuove le suture chirurgiche e decide la necessità ed il timing di eventuali controlli successivi. Il tessuto asportato durante l’intervento viene analizzato dall’anatomopatologo (esame istopatologico) che, nell’arco di circa 30 giorni, invia al reparto un documento che descrive il risultato delle analisi eseguite. Durante un’ulteriore riunione del GOM viene preso atto dell’esame istopatologico e sulla base di questo e delle condizioni cliniche del paziente viene deciso se continuare il percorso terapeutico attraverso prescrizione di farmaci e/o approfondimenti diagnostici. Il paziente viene pertanto contattato dal Chirurgo per effettuare un nuovo incontro durante il quale viene rivalutato da un punto di vista clinico ed informato sull’andamento del suo percorso terapeutico.

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